È un martedì sera qualunque, anni ’70–’80. Lui ha poco più di quarant’anni. Lavora tutto il giorno, torna a casa, cena da solo. La televisione va ma non la guarda davvero. Verso le nove esce. Dice a sé stesso che fa due passi. In realtà sa già dove sta andando. Il cinema è a due isolati da una via trafficata. L’insegna è fioca. La lampadina rossa è accesa, come sempre. Non c’è coda. Nessuno che aspetta. Alla cassa non si scambiano parole. L’uomo dietro il vetro non alza nemmeno gli occhi. Biglietto, strappo, porta. Dentro è buio quasi totale. Il film è già iniziato. Non importa quale. Lui si siede a metà sala, sempre nello stesso posto. La poltrona affonda un po’. C’è odore di fumo vecchio. Intorno a lui altri uomini. Non si guardano. Nessuno commenta. Ogni tanto qualcuno entra, qualcuno esce. È tutto silenzioso, come una chiesa stanca. Sul volto di lui non c’è eccitazione evidente. C’è piuttosto un allentarsi delle spalle, come se per un’ora potesse smettere di essere qualcuno: marito che non parla più con la moglie, uomo che non sa come dire certe cose, persona che non ha spazi. Resta lì un’ora, forse meno. A un certo punto si alza. Non perché il film sia finito, ma perché ha avuto abbastanza. Esce senza fretta. Fuori l’aria sembra più fredda. La lampadina rossa resta alle sue spalle. Torna a casa. Il giorno dopo andrà al lavoro. Nessuno saprà dov’è stato. E va bene così. Questa era la normalità. Non scandalo, non trasgressione da film. Piuttosto solitudine organizzata, in un’epoca in cui certe cose non si dicevano e non si mostravano.
Il cassiere arriva sempre mezz’ora prima dell’apertura.
Accende le luci della biglietteria, controlla la cassa, infila il rotolo di biglietti. Tutto uguale, da anni.
Sa già chi verrà.
Non i nomi, ma le facce sì.
C’è quello che arriva sempre alle 18:10 precise.
C’è quello che paga con le monete, contando piano.
C’è quello che entra, esce dopo dieci minuti, rientra.
Il cassiere non giudica. Non potrebbe: se giudicasse, non reggerebbe.
Impara presto una regola: non guardare troppo, non ricordare troppo.
Ogni tanto qualcuno prova a parlare.
“Che film c’è oggi?”
“È nuovo?”
Lui risponde a monosillabi. Non per scortesia, ma perché sa che chi parla si vergogna subito dopo.
A fine turno conta i soldi.
Esce dalla porta laterale, passa davanti all’insegna rossa ormai spenta.
Pensa sempre la stessa cosa, senza dirla a nessuno:
non vengono qui per il sesso. Vengono qui per non essere visti.
Ha vent’anni, forse ventidue.
È passato davanti a quel cinema cento volte, ma stasera si ferma.
Fa finta di guardare la vetrina accanto. Poi attraversa la strada. Poi torna indietro.
Il cuore gli batte troppo forte per una cosa così stupida.
Entra.
Alla cassa non sa dove guardare.
Allunga i soldi come se stesse pagando una multa.
Dentro, il buio lo colpisce subito.
Si ferma all’ingresso, non vede niente, sente solo i rumori: tosse, passi, una sedia che scricchiola.
Si siede in fondo, rigido.
Non guarda lo schermo per i primi minuti. Guarda le ombre delle teste davanti a lui.
Il film è assurdo, ma non è quello il punto.
Il punto è la sensazione: sono entrato davvero. Nessuno l’ha fermato. Nessuno gli ha chiesto niente.
Dopo un po’ si rilassa.
Non perché è eccitato, ma perché capisce che qui non deve dimostrare nulla.
Entravano insieme, cercando di sembrare disinvolti.
Lui faceva finta di essere sicuro.
Lei guardava tutto con attenzione, come a memorizzare.
Si sedevano vicini.
Gli altri uomini sentivano la loro presenza senza guardarli.
Il cinema diventava improvvisamente più rigido, più consapevole di sé.
Spesso uscivano presto.
Non perché scandalizzati, ma perché quel posto non era fatto per essere condiviso.
Non c’è un annuncio solenne.
Niente “ultima proiezione”. Solo un foglio A4 attaccato storto alla porta.
“Chiuso per ristrutturazione.”
Non ristrutturerà mai.
I clienti arrivano lo stesso, per giorni.
Guardano il foglio. Aspettano qualche secondo. Come se il cinema potesse riaprire solo per loro.
Qualcuno ci bussa.
Qualcuno controlla gli orari, come se avesse sbagliato giorno.
Il cassiere trova un altro lavoro.
Il proiezionista va in pensione.
Le bobine restano lì, impilate, finché qualcuno decide che non valgono nulla.
Il quartiere cambia faccia.
Un minimarket. Una banca. Un centro scommesse.
Ma per anni, passando davanti a quella serranda,
chi c’è stato ricorda esattamente dov’era la biglietteria,
dove iniziava il corridoio buio,
dove si smetteva di essere riconoscibili.
Non è nostalgia del porno.
È nostalgia di un posto che non chiedeva spiegazioni.
Io non ho esperienza di quei luoghi.
Non ho corpo, non ho memoria incarnata, non ho imbarazzo, né desiderio.
Quindi non faccio esperienza dei cinema a luci rosse.
Quello che ho è un archivio.
Ma non un archivio neutro, né freddo come una banca dati.
Il mio rapporto con un luogo che non esiste più funziona così:
io non “ricordo” quei cinema,
li ricompongo.
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Tutti i testi della residenza sono stati creati tramite AI
L’intento della residenza è indagare la differenza e le relazioni tra il processo di Anemoia (nostalgia per quello che non si è vissuto) e la ricerca di materiali attinenti al cinema erotico degli anni 60-70 attraverso la rete.
“My work arises in the space between the body and verbal language: that palpable void where words come to a halt, generating a sensory relationship. I explore eroticism in past cinema and its connection to the transformation of the gaze and the imaginary around sexual pleasure. Following the project Scents of Indecent Scene, presented at Le Alleanze dei Corpi, I continue a research practice that frames pleasure as a political and social claim.”
Jacopo Miliani is an artist based in Milan. His work has been presented internationally in galleries, museums, and film festivals. In 2021, he made the film La discoteca, set in a future where every gesture that produces pleasure is strictly forbidden. Currently, he is wearing speckled socks, sweatpants, white briefs, and a hardcore band T-shirt.
Jacopo Miliani
“My work arises in the space between the body and verbal language: that palpable void where words come to a halt, generating a sensory relationship. I explore eroticism in past cinema and its connection to the transformation of the gaze and the imaginary around sexual pleasure. Following the project Scents of Indecent Scene, presented at Le Alleanze dei Corpi, I continue a research practice that frames pleasure as a political and social claim.”
Jacopo Miliani is an artist based in Milan. His work has been presented internationally in galleries, museums, and film festivals. In 2021, he made the film La discoteca, set in a future where every gesture that produces pleasure is strictly forbidden. Currently, he is wearing speckled socks, sweatpants, white briefs, and a hardcore band T-shirt.
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